martedì 25 novembre 2014

Ultra

Cosa ci ho trovato, in quello che potevo vedere dall'oblò, e nelle lattine di cibo liofilizzato, in dormire non si sa bene su che lato e in stare sei mesi chiusi e sospesi nel vuoto io e due persone che vengono da un paese diverso e non capiscono le mie battute, con la scarsa possibilità di ascoltare più di due brani musicali e senza il gusto di guardare un bicchiere di vino a metà. Cosa ho trovato, nelle gambe doloranti e nei muscoli impigriti. E là fuori. Cosa ho trovato, passando un'ora (due anni?) con il naso sul vetro e le mani di lato agli occhi, per non vedere con la coda dell'occhio le pareti bianche e le luci dei sensori specchiarsi nell'oblò, perdendomi nella contemplazione dell'ultra deep, l'ultra profondo, come se non ci fosse nessuno e neanche io.
Un posto primitivo, dove regna la chimica, e non c'è niente di vagamente simile a un divano o ad un campo da golf, più lontano e altro dell'asia, e niente di più di ciò che eravamo prima che l'asia e l'africa fossero due cose diverse: niente di più che cose enormi - oh, non sai quanto enormi - fatte di parti piccolissime - da non capirle -, accese da maestosi fuochi e sopite in lunghe gelate. Niente di più e niente di meno di quello che siamo noi, tolto il cemento.

sabato 8 novembre 2014

Diverse volte

Nella mia vita ho incontrato la bellezza diverse volte: nelle stagioni, nei grazie e per favore, in Ercole e Lica. Nei rumori del mare. In mia madre e mio padre che mi guardano. Nelle scarpe da ballo. Nei cani, nelle api e nelle fragole. Nella sensazione che tutto torni, e nella sensazione che non torni niente. Allo specchio, certe volte. Guardando Lindsay Kemp esibirsi a 76 anni e Miguel Angel Zotto. Nelle orecchiette, nei biscotti e nelle preghiere. Nel Pantheon. Nei sorrisi per strada.

martedì 3 giugno 2014

Vecchi libri

I libri non sono vecchi. I libri si stampano dal 1452, in Europa, e dal 1041 in Asia. Prima i libri, seppure non a stampa, esistevano già da lunga pezza, da quando l'uomo sa scrivere. Ma da quanto tempo c'è l'uomo? In confronto, alcune decine di secoli sono probabilmente una piccolezza. In questo recente istante in cui l'uomo ha imparato a scrivere e pubblicare, noi diciamo che i libri sono vecchi. Ogni volta che prendete in mano un libro, guardatelo come una sorpresa: un momento fa, una persona ha trovato la maniera di esprimersi. Un libro è sempre una cosa nuova, è il frutto di un grande sforzo comunicativo. I libri sono nuovi, ogni volta che li apriamo.

martedì 14 gennaio 2014

Le cose scadute

La laconica scritta "scopri come partecipare" sulla pagina internet non aggiornata nel giorno dei risultati delle selezioni. I cataloghi premi delle raccolte punti dell'anno scorso, a gennaio. I biscotti nella biscottiera dopo il trasloco. Le cose che ci sono ancora ma già non ci sarebbero. Se. Se l'informatico programmasse l'aggiornamento del sito, se tenessimo d'occhio sempre cataloghi, volantini, scadenze poco utili, biglietti da visita, offerte speciali. Se fossimo efficienti e sapessimo fare un trasloco perfetto, ed una vita perfetta, senza correre il rischio che di continuo biglietti, scontrini nelle tasche, ed altre cose che guarda ci sono ancora, ci ricordino chi eravamo e dove stavamo andando un attimo fa. O mezzora o come vuoi tu.

venerdì 19 aprile 2013

Le persone che non ci sono più

Le persone che non ci sono più. Ci abituiamo, perché in effetti non ci sono più. Loro c'erano, e noi ci siamo stati con loro. Noi ci siamo ancora. Loro no. Le persone che non ci sono più, prima c'erano e io ci ho fatto i biscotti, o le cose di carta. E qualche cosa, quando le persone non ci sono più, c'è ancora. Da lì in poi non sono più fatti loro, perché diventa una cosa nostra. Qualcosa che c'è ancora ce l'abbiamo noi. Le persone che non ci sono più, ci lasciano pezzi che diventano pezzi di noi. Io ho dei pezzi bellissimi, li conservo uno per uno, e ogni tanto li guardo. Stanno nella parte bella di me, le persone che non ci sono più.

mercoledì 27 febbraio 2013

Space connected (studio su William Forsythe)

"...è come se dicessi, adesso, che quando sto in piedi - sale sulla sedia e poggia un ginocchio sul tavolo, spostando il microfono - che quando sto in piedi se muovo così un piede e io so che non si fa così..."
E' incredibile: quello che ha lui e quello che non abbiamo noi. Il più grande coreografo vivente, William Forsythe, il 14 Aprile 2012 alle 6e30 di pomeriggio sale col ginocchio sul tavolo durante la conferenza. L'intervistatrice e la traduttrice lo guardano cercando di dissimulare una specie di imbarazzo. Il loro stupore ed il loro fare finta di niente. William Forsythe non sta mostrando pubblicamente la sua carica sovversiva, non ha bisogno di farlo così - non avremmo pagato il biglietto per "Yes, we can't". Non sta facendo l'esibizionista, non lui, non viene da un talent show, è Wililam Forsythe, non scherziamo. Fa vedere a tutti che se vuoi dire una cosa, e le parole e le mani non ti bastano, questo non deve essere un limite. Non si tratta del piede, il piede poteva descriverlo.
Il petto si erge senza superbia sui livelli dell'aria, uno per uno, come un qualunque figlio di Dio, come solamente un uomo. L'espressione incerta delle due donne è proprio questo. Accorgersi che loro non possono farlo: quale vittoria, quale possanza, quale inno alle potenzialità umane è un uomo che non sta confinato nella mappa spaziale delle gambe piegate sotto al tavolo, e del mezzobusto compunto al di sopra di questo.
(non quelli che si sbracano, loro di possanza non ne sanno niente) - Lui non sta: lui prende.
Quante convenzioni spaziali regolano i nostri comportamenti sociali: Forsythe le vince in una sola mossa, niente affatto maleducata. E' splendido, ha 64 anni (dei quali solo quaranta visibili a occhio nudo) e in modo perfettamente naturale, energico, equilibrato, salta sul tavolo e spiega una cosa. E quanto è ridicolo, vicino a lui, il modo in cui l'intervistatrice ritrae le braccia in segno di timidezza e - non lo sa - inadeguatezza.
Lui ha lo spazio, lo spazio non lo spaventa, ha fatto un patto con esso. Lui lo occupa. Lo tiene in sospensione. Lo sente su di sé e lo trascina tutto quanto. Lui lo gira, se vuole - non me lo sto inventando, ci sono i video su youtube. Vi auguro di poter fare, almeno un po', come lui, almeno con le braccia, almeno con le mani. Almeno con gli occhi.

giovedì 11 ottobre 2012

L'elan vital

Lo scorrimento veloce, gli svincoli, i blocchi gialli della segnaletica che evidenziano gli angoli acutissimi del guardrail, e un arbusto, come un bonsai, si staglia sulla superficie grigia e arida. Sta lì davanti al blocco giallo con le frecce bianche catarifrangenti, un po' di scorcio, un po' obliquo, come una donna che è caduta, come se poggiasse sul fianco di un ginocchio. I rami aperti in preghiera, la leggera torsione del busto, i palmi verso l'alto. Le radici condensate, premute in una piccola zolla passeggera sul piano grigio e ruvido, o forse infilate in una fenditura dell'asfalto, e le foglie verdi di chi vuole essere vivo per forza.